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Io e il Baseball

Ho conosciuto il Baseball all'età di 7 anni, erano i primi anni '60, guardando un giorno, da sopra le Mura,  un gruppo di ragazzi vestiti, disposti in campo e che correvano in modo strano e sopratutto avevano in mano degli altrettanto strani guantoni.
Tutte queste stranezze mi affascinarono subito tanto che alcuni giorni dopo con due amici provammo a rifare quello che avevamo visto. Predisponemmo il nostro diamante triangolare (motivi di spazio) e muniti di un bastone, che ci fu fornito dal nonno di un amico e che era un pezzo di quei bastoni che venivano usati una volta per caricare i cannoni ad avancarica, e di una piccola pallina, ci sistemammo in campo, due in difesa e l'altro con il bastone, Uno lanciava come poteva e sapeva fare e l'altro con altrettanta imperizia, cercava di colpire quella piccola pallina, per cui sommando tutto ciò perdevamo più tempo e recuperare la pallina che finiva lontana dietro al battitore che a cercare di battere e prendere le battute (che anche quelle poche riuscite finivano per perdersi nell'erba alta del prato) e fare un po di gioco sulle basi.
La regola del nostro gioco era questa: se la pallina tirata dal difensore che l'aveva presa all'altro difensore arrivava prima che il battitore/corridore avesse completato il giro delle tre basi, questi era eliminato e quindi andava in difesa, altrimenti avrebbe continuato a battere. Tra l'altro, poco dopo l'inizio di questa “partita”, iniziò pure una pioggia fastidiosa ma che non riuscì a farci demordere per cui continuammo imperterriti la nostra avventura alla scoperta del Baseball.
Molti, dopo questa esperienza, avrebbero senz'altro appeso il guanto (che non avevamo) al fatidico chiodo, ma per noi non fu così e continuammo anche nei giorni successivi, mattina e pomeriggio (eravamo nel periodo delle vacanze estive) e così a noi primi 3 pionieri, piano piano si accodarono altri amici, ognuno portando nuove conoscenze e nuove regole.
Fu così che pochi anni dopo in città si potevano organizzare veri e propri tornei fra le quattro squadre che si erano nel frattempo costituite:
Le Buche che erano la mia squadra, il nome deriva dal fatto che il campo dove noi giocavamo era ricavato in vallo delle Mura poco distante dallo stadio dove giocava allora la squadra dei grandi;
Il Palazzone dal nome di un grosso palazzo dei ferrovieri;
Il Fossino dal nome del medesimo quartiere;
Aer Base perchè era la squadra composta quasi interamente dai figli dei dipendenti dell'Aeronautica Militare.
E' bene precisare che il nostro gruppo non è stato il precursore o il trascinatore di tutto il movimento, anche le altre squadre si erano formate alla stessa modo della nostra.
Di acquistare materiale non se ne parlava e quindi per le palline usavamo quelle "finite" della squadra del Grosseto che o tentavamo di ricucire alla meno peggio oppure, tolta la pelle, le ricoprivamo con del nastro isolante. Anche per le mazze usavamo quelle rotte che riuscivamo a farci regalare e che quindi utilizzavamo così come erano oppure inchiodavamo i pezzi rotti. Tenete presente che quelle mazze erano quasi più grandi di noi che all'epoca avevamo chi 10, chi 11, pochi di dodici anni di età.
Un discorso a parte meritano i guantoni che nessuno di noi poteva permettersi di acquistare, ed ecco allora che li costruivamo con le nostre mani.  Usavamo gli scarti di una industria di gommoni che riuscivamo a recuperare ai margini della recinzione dell'industria stessa, disegnavamo la forma copiando la forma della nostra mano (un po' più grande), ne tagliavamo due pezzi uguali che poi cucivamo dopo averle riempite di ovatta, cucivamo delle strisce nel dorso di questi "guanti" per infilarci le dita, e quindi cucivamo la trappola, sempre fatta con delle strisce di quella pelle cercando di rinforzare la cucitura passando più volte con ago e filo. Purtroppo questo non era sufficiente per evitare rotture della trappola che provocarono diversi infortuni, sopratutto pallate in faccia, che causarono alcune defezioni nel gruppo per la gravità delle ferite. Guanti personalizzati, io, dovendo giocare spesso in prima base, me ne ero costruito uno molto più lungo che quando arrivava la pallina si piegava tutto ma comunque funzionava riuscendo a trattenerla e quindi lo usavo anche per giocare all'esterno che era all'epoca l'altro mio ruolo.
Il ricevitore aveva come unica protezione una maschera anch'essa fatta artigianalmente con dei tondini di ferro legati ed ai quali avvolgevamo intorno la solita pelle cucita e riempita di ovatta. Mi ricordo che avevamo fatto anche una specie di pettorina che sembrava un cuscino e che alla fine il nostro ricevitore, anzichè indossarla, la usava come padella, perchè con quel cuscino riusciva a fermare tutti i lanci che, come potete ben comprendere, non erano molto controllati.
Il nostro campo delle Palme era ricavato in un parco circondato da gradoni in terra dove erano presenti pini e lecci dove giovavano gli esterni "nascosti" fra queste piante. Il diamante era a forma di rombo perchè la prima e la terza erano avvicinate da alcune grosse panchine in cemento che non potevamo certo spostare.
Nonostante tutto a noi andava più che bene. Alcune volte la partita terminava bruscamente con un fuggi fuggi generale perchè la battuta di uno dei più grandicelli era finita sulla strada magari colpendo un auto di passaggio oppure nel cortile dell'officina dei carrozzieri che erano al di là della strada. Fortuna volle che mai estranei al nostro gioco rimanessero feriti in tali "incidenti" e quindi mai nessuno, anche i carrozzieri, ci costrinse a cessare la pratica del nostro sport  in quello spazio.

(Segue.......)

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